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Conservazione dell'orso bruno nell'Appennino Centrale

LIFE Orso

 

Il progetto ha coinvolto i territori facenti parte del comprensorio "Alto Sangro" gestito dall'Ufficio Territoriale per la Biodiversità di Castel di Sangro del Corpo forestale dello Stato. L'obiettivo è la tutela dell'orso bruno nell'Appennino centrale attraverso azioni di riqualificazione degli ambienti vitali e la realizzazione di una gestione ambientale coordinata.
In particolare le attività svolte nel periodo 1999-2004 hanno beneficiato del contributo della Commissione Europea attraverso lo strumento finanziario del LIFE e si inseriscono all'interno di un'azione continua di monitoraggio della specie dell'orso bruno dell'Appennino centrale.

 
  1. Attività di programmazione e di ricerca
  2. Area di conservazione e censimento
  3. Ricerca radiotelemetrica
  4. Attività di monitoraggio
  5. Azioni di divulgazione

L'orso bruno

L'orso bruno (Ursus arctos) vive nell'Appennino centrale in un'area compresa tra Umbria e Molise. Molto probabilmente la popolazione non supera le poche decine di esemplari (40-60), che spesso compiono lunghi spostamenti (specialmente i maschi) attraversando aree protette o meno. È una specie dal basso tasso riproduttivo: le femmine partoriscono in media 2 piccoli ogni 2-3 anni. Questi sono però dati medi ed ottimistici: in realtà è un fatto comune che i parti si verifichino anche ogni 4 anni e la sopravvivenza dei piccoli spesso non supera il 50%. Inoltre, sebbene le femmine raggiungano la maturità sessuale a circa 3 anni, l'età del primo parto può anche essere molto ritardata. L'orso ha una dieta costituita essenzialmente (anche l'80-90%) da vegetali e frutta, ma poiché l'apparato digerente è poco efficiente per la digestione dei vegetali, ha necessità di assumere grandi quantità di cibo e muoversi su ampi territori per far fronte alle esigenze nutrizionali.
Per questi motivi l'orso è una delle specie più sensibili alle influenze ambientali negative, i cui effetti demografici sono però mascherati dalla lunga vita degli esemplari (anche oltre 20 anni). Quindi, anche se l'orso è presente in un'ampia area o fa la sua comparsa in territori che non abitava da decenni o secoli non è detto che la popolazione goda di buona salute.
Per le caratteristiche bio-ecologiche sopra descritte, l'orso, come popolazione, ha bisogno per sopravvivere:
- di cibo abbondante
- di spazi ampi, gestiti secondo criteri lungimiranti
- di corridoi che permettano gli spostamenti tra aree diverse, anche molto lontane
- di una corretta gestione delle attività umane nell'habitat naturale.

 

Biologia della specie
Dell'ordine Carnivora, è un animale che ha un ampio spettro alimentare la cui componente principale è di natura vegetale (Di Clemente 1996; Fabbri 1987; Lovari et al., 1996; Sgammotta 1998; Varriale et al., 1996; Zunino 1976). Dal punto di vista anatomico e fisiologico, l'apparato digerente dell'orso bruno è quello di un carnivoro tipico. Lo studio della dentatura rivela un adattamento al regime onnivoro. Il primo molare, pur conservando i caratteri generali di un ferino, va perdendo il suo aspetto originario di dente tagliente; il secondo molare non è più il dente di un carnivoro: le sue cuspidi sono quasi appiattite.
I vertebrati rappresentano normalmente meno del 10% della sua alimentazione complessiva (Di clemente 1996; Fabbri 1987; Lovari et al., 1996; Sgammotta 1998; Varriale et al., 1996; Zunino 1976). L'orso possiede una grande capacità di adattamento alla disponibilità trofica che varia stagionalmente. Comunque, la frequenza di comparsa di alcune specie vegetali nella sua dieta, in alcuni periodi, non sempre rispecchia la disponibilità in natura (Lovari et al., 1996; Sgammotta 1998; Varriale et al., 1996).
La femmina di orso è monoestrica, si accoppia in maggio-giugno a partire dal 3°-5° anno di vita, e partorisce i piccoli (di dimensioni molto ridotte: ca. 300-400 g) a gennaio, in pieno letargo dopo un periodo di diapausa embrionale. La funzione della diapausa, dal punto di vista evolutivo, sarebbe quella di far coincidere la nascita dei piccoli con il periodo migliore per il loro allevamento, considerando la disponibilità trofica ambientale ed il ciclo biologico e fisiologico della specie. La prole è inetta ed è composta da uno a quattro piccoli, in media 2 per l'orso abruzzese (Zunino e Herrero 1972). Questi rimangono con la madre da 2 a 4 anni. È quindi una specie con cure parentali molto prolungate.
Anche se non sempre si può parlare di un vero e proprio periodo di letargo, l'orso bruno marsicano durante il periodo invernale riduce in maniera drastica i suoi ritmi di attività. Se disturbato, anche durante il letargo, mantiene un buon livello di reattività (non è raro avvistare orsi anche in pieno inverno o osservare tracce del loro passaggio sulla neve). Alcuni parametri biologici quali il battito cardiaco, il ritmo respiratorio e la temperatura corporea registrano una considerevole diminuzione rispetto ai valori standard (Boscagli 1988). La durata del letargo dipende essenzialmente dalle situazioni ambientali (soprattutto copertura nevosa e disponibilità trofica) e può oscillare tra i 3 e i 5 mesi. Sono le femmine e soprattutto quelle gravide o con piccoli che passano più tempo nei ricoveri invernali (Roth e Putaturo, 1996). Il letargo viene trascorso in cavità rocciose naturali o in cavità scavate nel terreno. Questi siti hanno una distribuzione altimetrica che va dai 900 m ai 1800 m e sono presenti nelle quattro esposizioni anche se c'è una preferenza per le esposizioni a sud-est (Zunino 1976).
Non esistendo legami sociali stabili tra gli individui è una specie che conduce vita solitaria fatta eccezione per il periodo degli amori e il periodo delle cure parentali tra madre e prole.
Non mostra comportamenti territoriali e vive entro home range che possono variare dai 40 ai 60 km² per le femmine adulte, e dagli 80 ai 100 km² per i maschi adulti (Roth et al., 1994).

 
 

 

Attività di programmazione e di ricerca

Tenendo conto delle caratteristiche bio-ecologiche che contraddistinguono l'orso, sono state individuate diverse possibili azioni di conservazione, adottate anche alla luce dei risultati emersi dalle ricerche effettuate nell'ambito di precedenti progetti (ACNAT, MEDSPA, LIFE96).
In particolare, nell'ambito della presentazione del progetto LIFE-Natura, il prof. Sandro Lovari dell'Università di Siena ha esposto i punti salienti della ricerca a lungo termine, sull'uso dello spazio e sull'alimentazione dell'orso dal 1993 al 1996, richiamando l'attenzione sull'importanza di rivedere le tecniche di modellizzazione delle relazioni orso-habitat (per analisi di idoneità ambientale o di vocazionalità o di elaborazione di aree di distribuzione potenziale per esempio), fino ad ora adottate, sulla base dei dati ambientali fondamentali come la presenza, diffusione e ampiezza di alcuni importanti tipi di facies vegetazionali.
Infatti, l'orso ricerca per le sue necessità vitali proprio quelle compagini forestali che più da vicino ricordano le facies naturali, a conferma delle strategie sperimentali di utilizzo forestale da anni attuate dall'Ufficio Territoriale per la Biodiversità di Castel di Sangro nel demanio statale e regionale di competenza, che mirano ad ottenere una rinaturalizzazione dei boschi ed una tutela della biodiversità.
Alla luce di queste considerazioni, assume particolare importanza il controllo e il monitoraggio dell'habitat appenninico. Infatti, l'aumento della suscettibilità degli ecosistemi forestali nei confronti di fattori degenerativi (parassiti, piogge acide ecc.), le oscillazioni nella produttività delle specie vegetali e i cambiamenti nella vegetazione naturali o indotti dall'uomo, comportano variazioni nella disponibilità trofica.
Il rilevamento periodico di alcuni parametri vegetazionali permetterà di controllare i cambiamenti che si verificano nelle fitocenosi a causa di fattori fisiopatologici ambientali naturali ed antropogeni, e di predisporre e valutare le necessarie contromisure. Oltre al controllo degli ecosistemi forestali, che fa parte di un'importante rete di rilevamento nazionale che beneficia di finanziamenti comunitari (CONECOFOR), nell'ambito del progetto LIFE sono stati attivati in tutta l'area del progetto una serie di stazioni di rilevamento che permettono di quantificare la presenza delle specie trofiche di maggior interesse per l'orso e allo stesso tempo di monitorarne la produttività anche in termini di biomassa. Si fa, in particolare, riferimento alla produzione di ghianda e faggiola che, per le loro caratteristiche nutrizionali, rappresentano gli alimenti che meglio consentono all'orso di accumulare il grasso sufficiente per lo svernamento e soprattutto per portare a termine nel migliore dei modi la gravidanza e l'allattamento in tana dei piccoli. Anche in questo caso ci si è avvalsi di specifiche collaborazioni con il Dipartimento di Zoologia dell'Università degli Studi di Napoli Federico II.
Il Corpo forestale dello Stato ha svolto inoltre, tra il LIFE96 e il LIFE99, con la collaborazione dell'Istituto Zooprofilattico Sperimentale dell'Abruzzo e Molise di Teramo, un'importante ricerca a carattere sperimentale per elaborare una tecnica di indagine non invasiva per censire la popolazione di orso bruno.

I risultati di tale indagine, esposti in questa sede in via divulgativa dalla dr.ssa Rita Lorenzini dell'Istituto Zooprofilattico, si basavano sull'estrazione di DNA da campioni biologici (pelo, feci) attraverso il quale è stato possibile identificare e riconoscere i diversi individui e poi contarli con apposite metodologie di campionamento. D'altronde la ricerca effettuata non è in grado di dare una stima della popolazione sia perché, non essendo in programma un "censimento", i campioni sono stati raccolti fuori da uno schema di campionamento consono (possibile stima per difetto) e sia perché i campioni sono stati raccolti nel corso di 8 anni (possibile stima per eccesso). I dati così ottenuti dalle analisi genetiche, assumono, invece, soprattutto rilevanza a fini conoscitivi per quanto attiene la ricostruzione degli spostamenti degli individui. E' stato, infatti, possibile affermare che gli orsi (soprattutto i maschi) occupano aree distanti anche 15 km in linea d'aria, in un solo anno.
Altri dati hanno consentito di rilevare gli stessi risultati, indicando che questi spostamenti sono la norma, spesso negata, anche per l'orso dell'Appennino. Questa ed altre considerazioni logiche e biologiche hanno spinto il Corpo forestale dello Stato a propugnare e chiedere ufficialmente l'istituzione di un coordinamento tra quanti si occupano di orso.
La definizione di un'Area di Conservazione dell'Orso Bruno risulta essere, inoltre, alla luce di queste ricerche, propedeutica per la programmazione e la realizzazione di azioni di conservazione, costituendo uno degli obiettivi che il Corpo forestale dello Stato si è posto con il Progetto LIFE-Natura '99.
Un altro ordine di problemi è stato posto, infine, dall'analisi della situazione sanitaria della popolazione dell'orso dell'Appennino (esposta dal dr. R. Fico dell'Istituto Zooprofilattico Sperimentale di Teramo) dalla quale sono emersi elementi non precisamente confortanti.
A conclusione della presentazione del progetto LIFE-Natura, è stato dato risalto, in una prospettiva futura, anche alle politiche regionali in materia di conservazione e rete ecologica (Natura 2000) dall'Arch. A. Perrotti dell'Ufficio Parchi e Riserve della Regione Abruzzo, mettendo in luce la necessità, ormai inderogabile, di addivenire a forme di pianificazione territoriale che in maniera esplicita e concreta tengano conto come "vincolo" della presenza di emergenze naturalistiche come l'orso (ma anche paesaggio, flora, fauna e risorse naturali in genere).

 
 

 

Area di conservazione e censimento

Definizione dell'area di conservazione
Per la conservazione dell'orso bruno oltre a definire quali interventi attuare era necessario sapere dove agire e in quali aree intervenire in maniera prioritaria. L'identificazione dell'Area di Conservazione, la definizione al suo interno dell'idoneità ambientale e delle aree critiche e di potenziale conflitto con l'attività umana, ha avuto in questo senso un ruolo propedeutico per la programmazione e la realizzazione delle azioni di conservazione, indicando dove intervenire in un certo modo, quali aree erano le più delicate e dove era necessario un regime di tutela più rigido.
Valutare correttamente la distribuzione reale della popolazione avrebbe richiesto uno sforzo troppo oneroso rispetto alla scala necessaria per la pianificazione degli interventi. Inoltre, la variabilità anche nell'arco di uno o due anni nell'occupazione del territorio da parte dell'orso ed altri fattori ecologici, legati alla dinamica della popolazione, avrebbero condotto irrimediabilmente a grossolani errori nella valutazione dell'area di distribuzione e soprattutto dell'idoneità di singole porzioni di territorio.
L'Area di conservazione è stata così individuata utilizzando modelli di relazione specie-habitat. La loro validazione ha permesso in seguito di definire anche cartograficamente i territori potenzialmente occupabili dalle specie entro certi ambiti geografici, le aree con habitat ottimali e quindi di analizzare anche le aree critiche per la conservazione. In questo modo, è stato possibile pianificare e realizzare strategie di conservazione su una base territoriale concreta e sulla base di risultati valutabili.

 

Il "censimento" della popolazione dell'orso
Nel 2000 è stato realizzato il primo "censimento" degli individui presenti nell'area del progetto LIFE, mettendo a punto per l'Appennino alcune metodologie impiegate con buon successo in Canada per censire l'orso bruno e l'orso nero.
La programmazione della conservazione di una specie in via di estinzione dipende, infatti, anche dalla conoscenza di alcuni elementi della sua biologia ed ecologia, quali l'uso dello spazio e i parametri demografici. Per quanto attiene la popolazione appenninica, alcuni di questi fattori, come una stima attendibile della consistenza, del tasso di riproduzione e delle cause di mortalità, risultavano invece poco o per niente noti, richiedendo, quindi, la necessità di effettuare il "censimento" utile per la per programmazione e l'attuazione degli interventi di conservazione.
Il "censimento" della popolazione dell'orso bruno dell'Appennino centrale si è composto di due fasi:
1) analisi del DNA per lo studio di fattibilità;
2) individuazione di metodi di campionamento validi per il "censimento".
Per quanto attiene alla prima fase, era necessario indagare il livello di variabilità genetica nella popolazione ossia verificare se, attraverso l'analisi del DNA di campioni biologici, quali i peli (radici) ed escrementi (nelle cellule di sfaldamento della mucosa intestinale), fosse possibile distinguere i diversi individui con ragionevole sicurezza. La ricerca, svolta dall'Ufficio Territoriale per la Biodiversità di Castel di Sangro in collaborazione con l'Istituto Zooprofilattico Sperimentale dell'Abruzzo e Molise, ha permesso di individuare, confrontando le sequenze ottenute, 19 genotipi appartenenti ad altrettanti orsi.
Analizzando i campioni è stato possibile, inoltre, stimare che la probabilità che due individui abbiano la stessa sequenza (per 7 microsatelliti) è di 1 su 350. Rispetto alle altre popolazioni di orso studiate, il numero delle varianti alleliche è risultato inferiore: l'isolamento genetico e riproduttivo, il progressivo contrarsi dell'area occupata e del numero degli individui, potrebbero essere la causa più probabile dell'impoverimento del patrimonio genetico dell'orso dell'Appennino, considerando anche che buona parte della variabilità originaria sarebbe stata persa casualmente per deriva genetica.
Le analisi di fattibilità hanno, comunque, indicato che la popolazione possiede una sufficiente variabilità genetica. Il passo successivo è stato, quindi, quello di mettere a punto un sistema di "censimento" in grado di fornire dati attendibili. Infatti, il campionamento del materiale biologico deve essere rigoroso in modo da minimizzare tutte le fonti di distorsione dei risultati che renderebbero inutilizzabile qualsiasi stima della popolazione per scarsa precisione o accuratezza dei risultati.
Sul modello di alcune ricerche in corso in Canada, sono state così allestite delle trappole per la cattura dei peli nelle quali gli orsi vengono attratti utilizzando esche odorose. L'area di studio, per mancanza di dati relativi alla popolazione appenninica, è stata suddivisa in celle quadrate (unità di campionamento) ampie 25 kmq sulla base dell'ampiezza media degli home range delle femmine con piccoli in Croazia, Slovenia ed Austria. Le trappole sono state ubicate in ognuna della 29 celle.
Il campionamento è stato effettuato in ogni anno del progetto in due sessioni annuali: primavera/estate e autunno/inverno. In ogni sessione (che dura circa 30 giorni) sono stati effettuati 3 cicli di "cattura" di peli. In totale sono state utilizzate 87 trappole diverse in ogni sessione per evitare che gli animali si abituassero alla trappola ma anche per massimizzare la probabilità di cattura degli individui che avevano home range ridotti. In caso contrario le probabilità di cattura si sarebbero ridotte in maniera drastica.

 
 

 

Ricerca radiotelemetrica

I sistemi di monitoraggio degli spostamenti degli animali, basati sull'uso di trasmittenti (in contatto con radioriceventi o con satelliti di georeferenziazione) applicate sugli animali mediante collari, consentono uno studio dei parametri bio-ecologici più approfondito rispetto alle tradizionali metodologie di monitoraggio faunistico. Permettono, infatti, di acquisire importanti informazioni sulla localizzazione degli animali, sui loro spostamenti e sui ritmi di attività.
Anche se la cattura implica per l'animale selvatico una situazione di pericolo e di stress (che è da ritenersi inevitabile in un'operazione di cattura, sia pure minimizzabile), si ritiene indispensabile preventivare tale operazione in ragione dei vantaggi e dell'importanza delle informazioni che vengono fornite dall'uso della radiotelemetria. In particolare il progetto di cattura è l'elaborazione esecutiva di due interventi (ricerca telemetria e monitoraggio sanitario) a favore della conservazione dell'orso bruno prevista dal progetto LIFE '99.
Il progetto di cattura degli esemplari è stato approvato dal Ministero dell'Ambiente, Servizio Conservazione della Natura, sentito il parere favorevole dell'Istituto Nazionale Fauna Selvatica.
Infatti quando si prevedono interventi di conservazione, o finalizzati ad essa, che comportino la cattura di esemplari di una specie animale è necessario che vengano soddisfatti due requisiti fondamentali: la validità delle motivazioni e la garanzia di rischi minimi o nulli per gli animali (e per gli operatori!) previsti nel progetto di cattura.
Per quanto attiene il primo aspetto, alcuni tipi di informazioni disponibili sui parametri demografici dell'orso bruno dell'Appennino, con ampi ed importanti risvolti in campo conservazionistico (Peyton et al., 1999), sono decisamente carenti per quantità e soprattutto attendibilità, applicabilità e indeterminazione dei dati (Posillico et al., 1997). Stante quindi, la validità delle motivazioni che hanno portato a prevedere catture di orsi bruni, è opportuno considerare le condizioni di sicurezza da garantire per gli animali.
Fortunatamente, le conoscenze sull'impiego di narcotici per la sedazione e sulle metodologie di cattura in senso lato sono ricche e collaudate, anche relativamente all'orso bruno marsicano (Gentile et al.,1996; Roth et al., 1994; Roth e Putaturo 1996).
La selezione di personale veterinario dell'Istituto Zooprofilattico Sperimentale di Teramo da impiegare nelle catture, in ragione del ruolo istituzionale dell'Istituto e soprattutto dell'esperienza specifica di cattura e narcosi di fauna selvatica (ed anche di orsi) del personale veterinario addetto, rappresenta la migliore garanzia disponibile per ridurre al minimo i rischi, inevitabili, connessi alla cattura ed alla manipolazione di fauna selvatica ai fini di studio e conservazione.
La collaborazione con il Parco Naturale Regionale Sirente Velino, il cui direttore (Giorgio Boscagli) ha catturato orsi nel Parco Nazionale d'Abruzzo per 4 anni, garantisce, infine, una ulteriore sicurezza ed efficienza delle operazioni.

 

La zona di cattura è stata scelta, per motivi di sicurezza, in un'area poco frequentata dai turisti che comunque, per tutta la durata dell'operazione, era accessibile esclusivamente al personale addetto.
Le aree di cattura così individuate erano la Vallecupa di Jovana e quella di Bozzacchi di Vallecupa, ritenute più idonee in quanto poco disturbate e facilmente accessibili dagli automezzi di servizio coinvolti nel progetto di cattura.
Similmente a quanto effettuato nelle campagne di cattura nel Parco Nazionale d'Abruzzo e in Slovenia, gli orsi sono stati preventivamente "abituati" alla frequentazione del sito di cattura mediante esche alimentari.
L'esca è stata posta in modo tale che l'animale per poterla prendere fosse costretto a servirsi dei passaggi obbligati, lungo i quali è stato posto un laccio di Aldrich necessario per l'immobilizzazione meccanica dell'orso.
Per ridurre al minimo i tempi di intervento e quindi lo stress di cattura, è stato previsto un sistema di monitoraggio radio e video dei lacci in modo che al loro scatto veniva attivata la trasmissione di un segnale di allarme.
L'immobilizzazione chimica degli orsi è stata effettuata usando come narcotico la miscela Medetomidina/Ketamina per permettere agli operatori di prelevare 6 campioni di sangue tramite vacutainer utilizzati sia per esami genetici che sanitari.
Entrambe le azioni erano previste nel progetto LIFE per realizzare il "censimento" della popolazione e il monitoraggio dello stato sanitario.
L'opposizione del radiocollare avveniva dopo aver tosato l'animale per tutta la sua circonferenza e per una larghezza pari a quella del radiocollare, lasciando un centimetro di pelo tra il collo e la cinghia del radiocollare.
Gli obiettivi che si prefiggeva di raggiungere erano: lo studio della dimensione dell'home range (HR), le differenze fra periodi (HR mensili, stagionali, annuali), sesso (le femmine hanno un HR più piccolo?) e classi di età, la definizione di eventuali corridoi ecologici della specie, la conoscenza della selezione dell'habitat e delle aree di rifugio e svernamento.

 
 
 

 

Attività di monitoraggio

Le azioni di conservazione dell'orso bruno vengono programmate sulla base di conoscenze costantemente aggiornate e convalidate dalle esperienze raccolte sul campo.
Il progetto LIFE condotto dal 1999 al 2004, in questo senso ha contribuito ad incrementare le informazioni sullo stato di conservazione dell'orso bruno nell'Appennino centrale e sulle problematiche che interessano la popolazione e il suo habitat. Inoltre, l'organizzazione di convegni e momenti di incontro pensati per divulgare e condividere i dati e le informazioni dei progetti realizzati per la tutela dell'orso, hanno permesso una revisione critica delle azioni, dei risultati e degli obiettivi da conseguire in futuro.

 
 

 

Azioni di divulgazione

La fauna in genere, e l'orso in particolare, utilizza spesso le stesse risorse territoriali che utilizza l'uomo e quindi, per armonizzare la presenza di una attività umana redditizia, spesso legata a forme tradizionali di economia, e la tutela dell'orso bruno (soprattutto del suo spazio vitale) è necessario che i "conflitti" siano analizzati, studiati e risolti.
Ciò comporta una conoscenza approfondita e un'analisi attenta dell'impatto che le tematiche di conservazione possono avere sull'economia reale, soprattutto delle zone montane interne. Da ciò è pensabile anche individuare prospettive di sviluppo economico, andando oltre i luoghi comuni del turismo verde e ponendosi in un'ottica di lungo termine, senza trascurare, ovviamente, i principi della biologia della conservazione.
Dai risultati che sono emersi dalla valutazione dell'impatto che le attività umane tradizionali o meno hanno sull'ambiente e i limiti che la conservazione pone sullo sviluppo economico è stato possibile ricavare delle indicazioni su quali sono e dove sono i problemi più gravi e urgenti e quali le strategie da adottare. In questo modo è stato possibile programmare un utilizzo compatibile delle risorse naturali (pascoli, boschi, aree protette ecc.) gestibile in maniera corretta e consapevole.

 
 

Ufficio Operativo del Progetto
Corpo forestale dello Stato
Ufficio territoriale per la biodiversità di Castel di Sangro
Via Sangro, 45 - 67031 Castel di Sangro (L'Aquila)
Telefono: 0864/845938
Fax: 0864/840706
Email

Ufficio Amministrativo del Progetto
Corpo Forestale dello Stato
Ufficio per la biodiversità
Via Carducci, 5 - 00187 Roma
Telefono: 06/46657066
Fax: 06/4820665
Email: m.panella@corpoforestale.it


 

Attività di programmazione e di ricerca

Area di conservazione e censimento - Definizione dell'area di conservazione

Area di conservazione e censimento - Il "censimento" della popolazione dell'orso

Ricerca radiotelemetrica

Attività di monitoraggio - Dicembre 2005

Attività di monitoraggio - Settembre-Ottobre 2005 - Atti del convegno,16th International Conference on Bear Research and management, Riva del Garda, 27 settembre-1ottobre 2005*

Attività di monitoraggio - Maggio 2004

*Potena G., Sammarone L., Posillico M. e Petrella A. 2005. Landascape and brown bear (Ursus actors) conservation in the Appennines, central Italy. Abstract volume of the 16th International Conference on Bear Research and management, Riva del Garda (TN), 27 settembre-1ottobre 2005.

Azioni di divulgazione

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