Newsletter n.431, Anno IV, del 9/8/2006


UNA PIOGGIA DI RIFIUTI
I “rifiuti orbitanti” rappresentano una potenziale forma di inquinamento anche per la superficie terrestre se si pensa che dall’inizio dell’era spaziale più di 16mila oggetti sono rientrati nell’atmosfera del nostro Pianeta. Si tratta perlopiù di parti di satelliti ormai fuori uso, vecchi serbatoi di propellente, bulloni, guarnizioni o rottami derivanti da collisioni precedenti, ma anche di rifiuti pericolosi di Alessandra Cori da “Il Forestale” n. 31/2005
Di recente, la Commissione Europea, a latere del programma di monitoraggio satellitare dell’ambiente Gmes (Global monitorino environment security)a supporto delle politiche europee su ambiente e sicurezza, ha sollecitato la creazione di un organo permanente di controllo sugli oggetti in prossimità della Terra (Near earth objects – Neo)e sui cosiddetti “rifiuti spaziali” (space debris). Fin dal lancio del primo satellite artificiale, lo Sputnik, nel 1957, lo spazio circostante la Terra ha infatti cominciato ad accumulare 10mila volte più detriti rispetto alla polvere e ai frammenti di roccia presenti prima dell’inizio della cosiddetta “era spaziale”. Oggi i frammenti metallici orbitanti sono oltre 9mila con dimensioni superiori ai 10 centimetri, attorno ai 100mila tra 1 e 10 centimetri di diametro, mentre quelli più piccoli sono probabilmente decine di milioni. Si tratta perlopiù di parti di satelliti ormai fuori uso, elementi degli stadi finali dei missili che li hanno posizionati in orbita, vecchi serbatoi di propellente, bulloni, guarnizioni o rottami di collisioni precedenti. La più recente di queste ultime risale al 17 gennaio 2005 quando si sono scontrati in orbita un rottame di un lancio spaziale statunitense dei primi anni ’70 e un frammento di un vettore cinese più recente, a un’altitudine di circa 885 chilometri. Gli oggetti con una dimensione da 1 a 10 centimetri sono quelli che destano le maggiori preoccupazioni per satelliti e navicelle. Si tratta di oggetti troppo piccoli e numerosi per poter essere controllati singolarmente, ma in grado di danneggiare seriamente o distruggere un veicolo spaziale in caso di collisione, come probabilmente è accaduto nel gennaio 1998, quando un missile americano Minuteman scomparve improvvisamente dagli schermi radar a circa 400 chilometri di quota, distrutto forse dall’impatto con un detrito. Ma oltre a costituire un serio pericolo per la navigazione spaziale, i “rifiuti orbitanti” possono rappresentare una potenziale forma di inquinamento anche per la superficie terrestre se si pensa che dall’inizio dell’era spaziale più di 16mila oggetti più grandi di 10 centimetri sono rientrati nell’atmosfera del nostro Pianeta, per una media non proprio tranquillizzante di circa 100 tonnellate di materiale all’anno. È vero che gran parte di questi oggetti si disintegra ad alta quota, ma una percentuale considerevole giunge comunque sulla Terra, e nell’80 percento delle volte in modo incontrollato. È il caso del secondo stadio di un vettore Delta 2 (930 chili di acciaio e titanio) rientrato nell'atmosfera il 22 gennaio del 1997 disseminando una valanga di detriti sugli Stati Uniti centrali, compreso l’intero serbatoio cilindrico di 230 chili ritrovato in Texas ed il frammento di titanio che ha colpito una donna a Tulsa, in Oklahoma. Anche se la fine della guerra fredda prima, e la caduta del regime comunista sovietico poi, hanno ridotto negli ultimi anni il numero di lanci di satelliti militari, le sempre maggiori richieste di telecomunicazioni satellitari (dalla diffusione televisiva alla telefonia mobile) hanno provocato di recente un grande affollamento nella “fascia di Clarke”, l’altitudine cioè alla quale vengono posizionati i satelliti destinati ad usi civili non meteorologici. Tutto ciò, considerando che la vita media di un satellite è di circa 6-7 anni, provoca per conseguenza un continuo e progressivo incremento del numero di rientri. Se la probabilità di essere colpiti da un “detrito spaziale” resta per il cittadino medio comunque infinite volte inferiore a quella di venire investiti da un pirata della strada, lo stesso non può dirsi per i rischi ambientali legati alla presenza di materiale radioattivo tra i 9mila oggetti che popolano al momento l’orbita terrestre. Secondo stime non ufficiali sarebbero infatti almeno 45 gli oggetti radioattivi in orbita attorno alla Terra, tutti destinati a rientrare nell’atmosfera in modo più o meno controllato. E la storia ci insegna che gli incidenti possono comunque accadere, come nel 1964, quando un satellite americano uscì accidentalmente dalla propria orbita e rientrò nell’atmosfera rilasciando materiale radioattivo ad un’altitudine di 75 miglia sopra l’Oceano Indiano. Ancora più grave l’episodio legato ad un satellite militare sovietico precipitato nel 1978 sul lago canadese Great Slave. Il relitto del Cosmos 954, questo il nome del satellite, disseminò detriti radioattivi su una superficie di quasi 100.000 chilometri quadrati. L’operazione di bonifica radioattiva del lago, e della zona circostante, fu lunga e laboriosa (e solo per metà pagata dall'allora Unione Sovietica). Per non parlare dei possibili incidenti, come quelli occorsi nel recente passato agli Shuttle Challenger (1986) e Columbia (2003). La missione Shuttle programmata e poi annullata, che doveva seguire quella del Challenger, prevedeva infatti il trasporto e la messa in orbita di un satellite con a bordo quasi 20 chili di plutonio. Per comprendere la gravità delle possibili conseguenze di un incidente, che vedesse coinvolto un satellite simile, è sufficiente sapere che una dose per inalazione di soli 200 milligrammi di plutonio è considerata letale per l’uomo. Alla luce di tali precedenti, la proposta più volte lanciata negli ultimi anni dagli Stati Uniti a Russia ed Unione Europea in merito al progetto di uno “scudo spaziale” antimissile rende poi ulteriormente minaccioso lo scenario. Alcuni dei modelli attualmente allo studio degli scienziati americani prevedono infatti l'impiego di nuovi satelliti alimentati con reattori nucleari e, secondo gli esperti, un tale programma spaziale farebbe aumentare vertiginosamente il rischio di incidenti legati al fallimento di un lancio o al rientro indesiderato di uno dei nuovi satelliti. I danni, se l’area di rientro fosse malauguratamente una zona densamente abitata del Pianeta, sarebbero di proporzioni difficilmente immaginabili. Decisamente meno catastrofica, ma ugualmente preoccupante, sarebbe stata la vera e propria pioggia dei 70 satelliti per comunicazioni satellitari della famiglia Iridium che nel 2000 rischiarono di rientrare tutti sulla Terra, anche se in modo controllato, in seguito al fallimento della società americana che li gestiva. Il provvidenziale intervento finanziario ad opera di una nuova società evitò in extremis la rapida distruzione di apparati del valore di 5 miliardi di dollari e la conseguente pioggia di detriti. Un salvataggio che non ha solo un valore economico. La singolare combinazione tra quota orbitale (circa 800 chilometri) e forma delle antenne degli Iridium (dei pannelli altamente riflettenti), infatti, fa sì che questi ultimi – in particolari condizioni – diventino visibili dalla Terra come stelle brillantissime in rapido movimento. Tale effetto ottico, per il quale è stato coniato il termine “Iridium flares” (bagliori), a detta degli osservatori è talmente particolare che sono stati sviluppati appositi modelli di calcolo per prevedere ora e direzione per gli avvistamenti, facilmente rintracciabili sulla rete Internet. In questo periodo natalizio poi lo spettacolo, in mancanza di una autentica stella cometa, sarà senz’altro ancora più affascinante.

A cura dell'ufficio stampa dell'Ispettorato generale del Corpo forestale dello Stato